La trave di Dodona

Diario di bordo · Dal Prologo

Le prime pagine de La Nave che Parla: una nave con una voce, una trave di quercia sacra e un modem che fischiava nella notte.

Quando Giasone radunò a Iolco i migliori eroi della Grecia per andare a prendere il vello d’oro, la nave che li avrebbe portati fino ai confini del mondo conosciuto non era ancora finita. Argo, il carpentiere, ne aveva tagliato il fasciame nei boschi del Pelio e l’aveva connesso con una perizia che i poeti avrebbero celebrato per secoli; ma fu Atena a compiere il gesto decisivo, quello che rese quella nave diversa da tutte le altre. Nella prua la dea incastrò una trave presa dalla quercia sacra di Dodona, l’albero oracolare attraverso il cui fruscio parlava Zeus. E la nave, da quel giorno, ebbe una voce.

Apollonio Rodio, che nel III secolo avanti Cristo mise in versi l’impresa, racconta che Argo parlava davvero: avvertiva l’equipaggio, consigliava la rotta, in un momento di pericolo indicò perfino la via per sfuggire all’ira degli dèi. Era una nave che sapeva qualcosa che i marinai non sapevano, e che lo diceva. Eppure nessuno, a bordo, pensò mai di lasciarle il timone. Al timone c’era Tifi, il pilota; a decidere dove andare erano gli uomini. La voce della prua era un consiglio prezioso, non un comando.

Mi piace pensare che questa sia la prima intelligenza artificiale della nostra letteratura: un manufatto costruito dall’uomo, animato da un sapere che non è umano, capace di parlare a chi lo usa. Non è l’unica. Omero, nel diciottesimo canto dell’Iliade, descrive le ancelle d’oro che Efesto aveva forgiato per aiutarsi nella sua officina, fanciulle di metallo dotate di mente e di voce; e lo stesso Efesto, secondo il mito, costruì Talos, il gigante di bronzo che faceva tre volte al giorno il giro di Creta per difenderla. Da quando l’uomo costruisce strumenti, sogna strumenti che pensino. La novità del nostro tempo non è il sogno: è che il sogno, in parte, si è avverato.

Il mio primo incontro con qualcosa che «pensava» ha un suono preciso. Era bellissimo ascoltare, a notte fonda, nel mio studio a Bologna, il rumore metallico, i fischi e i bip emessi dal modem a 56k durante la connessione dial-up. Quei «cicalecci» erano la stretta di mano digitale, l’handshake, con cui il modem di casa e quello del provider comunicavano e negoziavano la connessione. A dire il vero, negoziavano una connessione di una lentezza geologica.


Il Prologo continua nel libro: dai fischi del modem alla voce che oggi parla a bordo, e a una complicità che nessuno di noi si aspettava. Sali a bordo per sapere quando la nave prenderà il largo.

Ti scriverò solo per il varo del libro e per il diario di bordo. Puoi cancellarti quando vuoi. Informativa privacy.


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